Copertina 7,5

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:2021
Durata:82 min.
Etichetta:Parlophone

Tracklist

  1. SENJUTSU
  2. STRATEGO
  3. THE WRITING ON THE WALL
  4. LOST IN A LOST WORLD
  5. DAYS OF FUTURE PAST
  6. THE TIME MACHINE
  7. DARKEST HOUR
  8. DEATH OF THE CELTS
  9. THE PARCHMENT
  10. HELL ON EARTH

Line up

  • Steve Harris: bass, keyboards
  • Dave Murray: guitars
  • Adrian Smith: guitars
  • Bruce Dickinson: vocals
  • Nicko McBrain: drums
  • Janick Gers: guitars

Voto medio utenti

Vado dritto al punto: "Senjutsu" è un gran bell'album, di quelli che forse non ti aspettavi più (ma ci speravi tanto...) dagli Iron Maiden.

Già... se in occasione dei miei deliri nelle recensioni di "The Final Frontiers" e "The Book of Souls" avevo dovuto partire da lontano, rifugiandomi in citazioni di Gleen Cooper e Star Trek giungendo infine alla conclusione che si trattava di album che mi avevano lasciato l'amaro in bocca, ora siamo su ben altri livelli.
Certo, non su quelli dei loro lavori più classici, credo che oggigiorno capolavori così siano praticamente impossibili da replicare, ma inevitabilmente il tempo scorre per tutti, anche per lo stesso Eddie che se su "Maiden Japan" impugnava la sua Katana in jeans e t-shirt, oggi lo scopriamo indossare una elaborata armatura da Samurai.

Inizio ricordando che "Senjutsu" (qualcosa del tipo "tattica e strategia") è stato composto e registrato ai Guillaume Tell Studio di Parigi addirittura nel 2019 durante una pausa del "Legacy of the Beast Tour" per essere poi messo sottochiave e in custodia protettiva. Ed è proprio la titletrack a introdurci al disco, un brano ritmato e cadenzato, interpretato con enfasi da un Bruce Dickinson in grande spolvero, che sfora gli otto minuti di lunghezza e ci racconta di una chiamata alle armi verso l'invasore, tema non nuovo per i Maiden, che per l'occasione si affidano per la composizione alla coppia Smith/Harris. Davvero un bel modo per entrare in sintonia con questa uscita, alla quale ha dato il suo contributo anche Kevin Shirley, ormai presenza fissa al banco di regia e al fianco di Harris, sin dalla realizzazione di "Brave New World".

Seguono poi le due canzoni che sono state scelte come singoli, la più classica e sbarazzina "Stratego" e la coraggiosa "Writing on the Wall", dove serpeggia un riuscito feeling Rock Southern, per quanto rivisto in ottica maideniana da parte di Smith e Dickinson, con i tre chitarristi che hanno davanti a loro ancora larghe praterie lungo le quali poter scorrazzare.
Con "Lost in a Lost World" si ritorna a minutaggi importanti, nove minuti tutti ad appannaggio di Steve Harris, così non stupisce incrociare quegli arpeggi iniziali sui quali si appoggia un malinconico Dickinson, prima che il tutto prenda altri ritmi più veloci ed incisivi, che rimandano alle atmosfere del già citato "Brave New World" e che con un pizzico di concisione in più sarebbero state ancor più efficaci.

I Maiden riescono comunque ad essere decisamente più sintetici su "Days of Future Past" (prossima, anche liricamente, al Dickinson solista), poi si assestano sui sette minuti in occasione di "The Time Machine" e "Darkest Hour", prima di cedere passo alla penna e all'estro di Harris negli ultimi tre capitoli che chiudono l'album, nessuno dei quali scende sotto i dieci minuti.
Per il momento restiamo però focalizzati su questi due episodi, infatti, l'introspettiva dark ballad "Darkest Hour" pur essendo uno dei momenti meno maideniani del disco è anche quello che più mi ha impressionato, sia perché guarda al passato del gruppo, visto che è ispirata a Winston Churchill, come già avvenne per "Aces High", sia per il suo saper essere intensa, emozionante e coinvolgente. Su "The Time Machine" è ancora Dickinson a rubare la scena, indossando i panni di un bardo e narrando una storia " da farti rizzare i cappelli..." erto su una struttura musicale che spesso e volentieri mi ha fatto pensare a toni cupi di "X Factor".

E' il momento del terzetto conclusivo, con in rapida (vabbè...) successione: "Death of the Celts", con i suoi immancabili arpeggi, cambi di tempo e il basso a farla da padrone e più di qualche eco da "The Clansman", quindi il tocco orientale di "The Parchment", che si fa via via più potente ma proponendosi anche come un dilatato pot-pourri delle idee e soluzioni compositive di Harris, infine "Hell on Earth" a "sorpresa" si apre (e si chiuderà anche) con un arpeggio che sfocia in una classica cavalcata che ci ricorda chi e cosa sono (oggi) i Maiden e ce li fa continuare ad apprezzare e amare.

Non ritengo di poter aggiungere nulla a tutte le recensioni che sono state pubblicate su "Senjutsu", lo stesso Metal.it non è stato certo parco tra quelle testuali e le videorecensioni, ma non potevo esimermi dal dire la mia, soprattutto per rimarcare un giudizio così distante rispetto a quello di "The Final Frontiers" e "The Book of Souls", tanto da spingermi a ritenere "Senjutsu" come il miglior erede dell'ottimo "Dance of Dead", rispetto al quale resta ad ogni modo un gradino sotto

Metal.it
What else?
Recensione a cura di Sergio 'Ermo' Rapetti

Altre recensioni per questo album:

IL migliore dai tempi di No Prayer For The Dying

Disco veramente valido perché nessun pezzo, a mio modesto avviso, merita meno della sufficienza. Disco che richiede un attento ascolto. Per me, mezzo punto in meno rispetto al voto del recensore ma consiglio a tutti di prenderlo.

Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 06 set 2021 alle 19:43

Purtroppo, per quel che ho ascoltato dell'album, non posso che concordare con le critiche negative. Se gli highlights dell'album sono, a detta di molti, The writing oh the wall e sSratego (e Darkest hour che salvo anche io) allora non ci siamo proprio. Meglio un Smith/Kotzen che ha classe da vendere. È una band che non deve dimostrare più niente a nessuno e magari per questo scrivono come scrivono. Ma alla fine confermano solo che oltre a non dover dimostrare niente a nessuno, non hanno nemmeno più niente da mostrare! E alla loro età e nella posizione al trono che si sono guadagnati. Quando sei in vetta, molla la pezza e vivi di quanto di buono hai saputo fare. Altrimenti, fai come Valentino Rossi. Poi ovvio, ci sono i fan boys che se Steve Harris facesse un album di 134 minuti dove improvvisa con l'oboe, griderebbero al miracolo. Gente che spende 80 euro per un concerto dei Maiden e poi se hanno degli dei della musica ancora sconosciuti che suonano nel bar sotto casa per 5 euro, di inventano la scusa che è meglio andare altrove che almeno senza musica possono parlare. A 45 anni non ho più miti intoccabili. Ma i Maiden hanno il mio rispetto per ciò che hanno rappresentato e rapprentano. Come già detto, dovrebbero farsi solo ai lìve dove, tra qualche falsetto di troppo e qualche coinvolgimento del pubblico per tirare il fiato, anche il buon vertice fa ancora la sua poteva figura. Quella ormai è la loro dimensione dove ancora sono metallers. Quando fanno queste uscite dimostrano che spesso prevale l'altra faccia, quella dimostrato dal Bruce se ne va, no Bruce torna e cioè quella dei business men

Inserito il 06 set 2021 alle 19:18

Ennesimo disco spompato di una band spompata con un cantante spompato. Quando vogliono copiare sè stessi sono mosci o (come Bruce) dimostrano di non averne più, quando vogliono cambiare e fare qualcosa di diverso dimostrano di non saperlo fare (di nuovo, Bruce sa cantare in un solo modo, quando cambia fa schifo). Andate in tour e piantatela di fare dischi.

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