Tornano i
Generation Radio con tutto il loro ricco e autorevole bagaglio di esperienza e perizia, ma stavolta sembra che il “mestiere” e la
routine abbiano travalicato un po’ la soglia dell’ammissibile.
Uno sconfinamento minimo, che in realtà non pregiudica la piena gradevolezza d’ascolto e che tuttavia finisce per produrre schegge di delusione in chi aveva “gridato al miracolo” all’uscita del debutto eponimo del
supergruppo americano.
“
Take two”, che vede l’ingresso in formazione di
Steve Ferrone (Tom Petty & the Heartbreakers, Average White Band. ...) al posto di
Deen Castronovo, è ancora una volta un concentrato di classe e padronanza “radiofonica”, mentre a mancare è appena un pizzico di quel dinamismo espressivo che aveva reso l’esordio un’equilibrata e avvincente miscellanea di chiaroscuri sonori emotivamente totalizzanti.
Sensazioni ancora ben vivide quando “
Montana sky”, figlia legittima di Little River Band e Chicago, apre la raccolta, seguita da una “
The melody” che avvolge l’astante in un elegante e brioso velluto sonoro non lontano da certe cose di
John Waite.
Con “
These days” i
Generation Radio inaugurano la corposa sezione
cover dell’albo (alla fine saranno ben quattro …) e sebbene l’omaggio ai Rascal Flatts (
band da cui proviene di
Jay Demarcus) funzioni abbastanza bene in questo suo adattamento
pop-rock, c’è comunque da chiedersi come mai una formazione di questo livello artistico decida d’infarcire l’opera di rifacimenti, non tutti, come vedremo, particolarmente riusciti.
Dopo “
Maybe monday”, in cui l’innata attitudine romantica del gruppo è felicemente esposta, il coinvolgimento
cardio-uditivo ha una battuta d’arresto con la stucchevolezza
easy-listening di “
Grass is greener”, per poi riprendersi in maniera piuttosto significativa grazie alla melodia
poppettosa di “
Love history”, adatta per collocarsi con una certa autorità anche nelle spire dell’etere contemporaneo.
Meno efficace si rivela, invece, “
Last night's whiskey”, a meno che non siate irriducibili estimatori del
roots-rock a stelle e strisce declinato nella sua forma più melliflua, e anche il mite
remake di “
Here I go again” dei Whitesnake finisce per essere inserito tra i momenti più interlocutori del lotto, nonostante la consueta eleganza con cui i nostri trattano la materia musicale nel suo complesso.
Andiamo meglio con “
You're the inspiration”, in origine dei Chicago, a testimonianza di quale sia la
comfort zone di un gruppo che in “
I'm alright” di
Kenny Loggins strizza l’occhio alla vivace positività pastorale
yankee senza particolari illuminazioni.
La scaletta si esaurisce con un paio di graziosi
slow, l’elettroacustica “
For a soldier” e la crepuscolare “
Hate this heart”, a ulteriore dimostrazione di come in questo secondo albo i
Generation Radio abbiano scelto di privilegiare il versante maggiormente carezzevole e avvolgente della loro erudita sensibilità espressiva.
“
Take two” è come quei
sequel cinematografici che nonostante i mezzi tecnici, l’abilità e la professionalità degli interpreti, non riesce ad essere pienamente all’altezza delle (elevate) aspettative a causa di alcuni
deficit di sceneggiatura e di una certa soggezione nel tentare di ampliare ulteriormente le brillanti tematiche del suo predecessore … un bel disco, comunque, privo, però della “magia” di “
Generation Radio”.