(28 luglio 2026) Savatage + Vision Divine @ Este (Padova)

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Provincia:PD
Costo:non disponibile
In una calda e afosa serata estiva di fine luglio, nel parco situato all’interno dello splendido Castello Carrarese di Este in provincia di Padova, è andato in scena il secondo esclusivo atto della leggendaria metal band americana Savatage, che replica l’esibizione della sera precedente in quel di Pompei (con tanto di orchestra e scaletta diversa).

In apertura vengono posizionati i nostri connazionali Vision Divine, che avranno il prestigioso e arduo compito di riscaldare un pubblico già piuttosto accaldato dalle alte temperature del periodo e per la verità purtroppo non molto numeroso durante la loro esibizione; un trend certamente sotto le aspettative generali e che non andrà un granché migliorando strada facendo neppure coi Savatage, con parecchi vuoti sia all’interno dell’area pit che nel settore unico: era sicuramente lecito attendersi una risposta e partecipazione più sentita e cospicua di metal fans vista la caratura dell’ evento, ma complici il martedì infrasettimanale e la forte concentrazione al limite dell’intasamento di eventi metal tutti raggruppati in questo mese di luglio, risultano essere tutti elementi che sommati assieme non agevolano l’impresa.

Venerdì scorso ad esempio, sempre su questo palco, si erano esibiti i leggendari Deep Purple, che ha coinciso con l’inizio della tre giorni del Luppolo in Rock a Cremona, non molto distante da qui, obbligando di fatto la gente a fare delle scelte (anche di carattere economico).

Come dicevamo il castello di Este è davvero una location fantastica e suggestiva come poche in giro per godere appieno un concerto di musica rock o metal qualsivoglia, che si rivela all’altezza ed efficiente anche da un punto di vista organizzativo, sia all’interno (tutto molto pulito ben disposto e ordinato), che all’esterno, con ampie possibilità di molti parcheggi gratuiti e comodi sparsi un po’ in tutto il centro cittadino e adiacenti all’area concerti.

Puntualmente, ma ad un orario preserale e pressoché proibitivo in piena estate, fanno la loro apparizione sul palco estense i Vision Divine , storica formazione italiana di power/prog metal fondata nel lontano 1988 dal chitarrista Olaf Thorsen. Una band che oltre ad aver sfornato molti dischi in studio, ha visto avvicendarsi nel corso degli anni molti cambi di line-up, e che oggi vede il ritorno in formazione di Oleg Smirnoff alle tastiere e di Michele Luppi alla voce, che con Andrea “Tower” Torricini, Matt Peruzzi (rispettivamente basso e batteria) e il già citato chitarrista formano una band oggi assai credibile e vincente.



Nel breve tempo a loro disposizione (circa 45 minuti) mettono insieme comunque una prestazione robusta, energetica ed assolutamente convincente e apprezzabile, nonostante siano stati penalizzati da suoni piuttosto imbarazzanti, impastati e malfatti, dove le tastiere di Smirnoff erano spesso coperte e sovrastate dagli altri strumenti bilanciati troppo alti.
Di rilievo e da sottolineare la prestazione vocale di Michele Luppi, un vero fuoriclasse che non a caso ha militato nei grandissimi Whitesnake, e quella di Thorsen alla sei corde dove è emerso tutto il suo gusto e la sua grande tecnica specialmente negli assoli, capace di creare un vero e proprio muro di suono nonostante l’evidente assenza e carenza di una secondo chitarrista ritmico a suo supporto.

Tra i momenti salienti dello show, meritano menzione l’ iniziale “A Clockwork Reverie” e “18 (It Feels Like Heaven)" entrambe dal loro nuovo EP recentemente uscito, e una più datata ma sempre piacevole “God Is Dead”. Luppi, si dimostra anche un ottimo comunicatore ed intrattenitore, invitandoci tutti ad abbassarci prima di eseguire “Identities” (operazione riuscita) per poi farci rialzare e saltare immediatamente e chiudere questa breve ma intensa performance con un tuffo dal passato...
La vita fugge” e fugge via velocemente anche il tempo a loro disposizione.



Con questa di stasera è stata la seconda volta che vedevo esibirsi nel giro di poche settimane intervallate in un lasso di breve di tempo piuttosto breve i rinnovati Vision Divine, che forse complice l’alto coefficiente di difficoltà e di impegno particolare che richiedeva la situazione prestigiosa e la responsabilità di esibirsi davanti a molti amici e fans, nonostante suoni pessimi e tutt’altro che loro favorevoli come già sottolineato precedentemente, hanno portato a casa una prova di grande livello e maturità, uscendo di scena tra molti meritati applausi.

I Savatage sono certamente una delle heavy metal band americane più famose e seguite al mondo, fondata dai fratelli Jon e Criss Oliva (quest’ultimo purtroppo prematuramente e tragicamente scomparso), che nonostante vari cambi di formazione nel corso degli anni sono sempre riusciti a restare sulla cresta dell’onda, nonché diventare una delle più solide e compatte band in sede live, come ci hanno ampiamente dimostrato anche in questa speciale occasione sul palco del castello Carrarese di Este.

Questo secondo concerto consecutivo in Italia, che segue quello a Pompei con orchestra della sera precedente, come preannunciato dalla band stessa presenterà piacevoli sorprese in scaletta, cosa che rende anche questo a tutti gli effetti un evento piuttosto succoso. Dai led dei maxischermi appostati dietro il palco inizia ad illuminarsi e ad evidenziarsi il logo della band, sinonimo che a breve avrà inizio il tanto atteso show.
Cala finalmente il sole e la luce del giorno, si apre il sipario e si accendono i riflettori per illuminare la scena coi grandi protagonisti della serata già pronti sul palco per martellarci i timpani a suon di metallate!



Zak Stevens, carismatico leader trascinatore della band dal vivo oggi in assenza purtroppo di Jon Oliva, si presenta sul palco in forma fisica e vocale smagliante, seppur visibilmente un po’ invecchiato nell’aspetto, capace non solo di sfoderare una prestazione vocale mostruosa, impeccabile e ineccepibile (in maniera del tutto naturale e senza l’aiuto di alcuna base pre-registrata), ma anche giocando un ruolo chiave come intrattenitore, dimostrando una vera predilezione verso i fans italiani, che a loro volta hanno supportato la sua ugola cantando insieme ed incessantemente tutti i cori e i ritornelli dei tanti brani proposti nella lunga e ricca scaletta, che ripercorreva tutta la carriera dei Savatage.

Una super metal band storica e di primo livello internazionale, non può ovviamente solo avvalersi e adagiarsi sul frontman, ma deve necessariamente anche contare anche sul supporto di talentuosi musicisti: Chris Caffery e Al Pitrelli sono un'accoppiata alle sei corde pazzesca, così come la sezione ritmica composta da Johnny Lee Middleton al basso e da Jeff Plate alla batteria: oserei dire semplicemente dei veri maestri e dei campioni nei loro rispettivi ruoli!

Grazie anche a volumi e suoni adesso magicamente e stabilmente ottimi, prende subito la rotta giusta lo show degli americani; partenza a razzo con “Dead Winter Dead”, che rompe il ghiaccio ed irrompe roboante ed impetuosa tra il delirio generale, seguita dal capolavoro “Jesus Saves”, e da “Taunting Cobras”, dove un divertente combattimento di cobra proiettato nei led dei maxischermi alza ulteriormente l’adrenalina.



Con “Tonight He Grins Again” si vola molto alto e si torna con la mente a viaggiare tra i massimi livelli compositivi dei Sava nell’epoca Jon Oliva di “Streets: A Rock Opera”, uno degli apici assoluti dei Savatage (a mio parere personale).
Lights Out”, un piacevole ripescaggio dal bellissimo “Edge Of Thorns”, “Handful Of Rain” e la sublime “Chance” mettono in luce ancora una volta tutta la classe di Zak Stevens, davvero commovente e clamoroso stasera sui brani degli album dei Savatage incisi con lui alla voce.

Temptation Revelation” e “Prelude To Madness“ (brani completamente strumentali) mettono invece in primo piano le grandi doti tecniche dei chitarristi, prima di giungere alla prima vera sorpresa della serata, ovvero “Warriors” lasciata giustamente cantare a Chris Caffery che ha una timbrica vocale più “sporca ed aggressiva“ e molto più vicina a quella stridula e graffiante del grande Big Jon rispetto alle tonalità pulite di Stevens.

Tra l’altro sempre da “Power Of The Night“ verranno proposte la title-track del disco e “Unusual“, altra chicca pazzesca e quanto mai gradita e inaspettata (cantate entrambe da Zak queste due invece).

Sempre suggestivo sentire “Sirens” e “Strange Wings”, altri vecchi classici intramontabili, per poi emozionarsi fortemente con “This Is The Time”, una semi-ballad di grande impatto sentimentale che ha mantenuto intatto il suo fascino e la sua bellezza nel tempo.



The Hourglass”, brano di chiusura del bellissimo e spesso troppo dimenticato “The Wake Of Magellan”, rappresenta un'altra sorpresona di questa nottata metal estense, prima di giungere certamente al momento più intenso e toccante per un ogni fan attempato e nostalgico dei Savatage; dal maxischermo appare la sagoma imponente del grandissimo Big Jon seduto al pianoforte che introduce “Believe” (e con tanto di immagini del fratello chitarrista Criss che scorrono durante il brano) e pertanto adesso i fazzoletti servono davvero anche ai più duri.
Iil duetto, seppur purtroppo a distanza, con Zac Stevens è qualcosa di indescrivibile e fortemente emozionante; probabilmente “Believe” è la mia canzone preferita dei Savatage, e avrei pagato oro per averla sentita stasera con Jon Oliva fisicamente presente sul palco, sperando che un giorno il miracolo avvenga nuovamente!

Ma adesso non c’è più tempo per i pianti, è ora di tornare a pestare duro; il gran finale è alle porte…. Le tastiere introducono “Gutter Ballet” e scoppia ancora il finimondo, dove iniziano a saltare anche i sassi, seguita dalla rocciosa “Edge Of Thorns” che di fatto chiude i giochi definitivamente dopo quasi due ore di concerto incessante e senza pause, con una band stremata e consapevole di aver dato tutto ciò che aveva in corpo, che ringrazia lungamente e calorosamente per tanto affetto e supporto ricevuto prima di sparire e congedarsi.

Ma nonostante l’afa e il caldo ancora soffocante, la stanchezza fisica e l’età media che ci accomuna ai Savatage,(dopo quasi tre ore complessive di concerto in piedi), il pubblico accorso al Castello Carrarese non è ancora stufo, sazio e appagato e pertanto dopo una breve ma sentita acclamazione di massa verso i Savatage, eccoli ricomparire velocemente sul palco per un ultimissimo ma immancabile assalto finale: “Hall Of The Mountain King“, forse il brano più famoso, conosciuto e rappresentativo dei Savatage, eseguito dai “ragazzi” con rabbia, grinta ed inspiegabili ed incredibili energie ritrovate, che mette definitivamente la parola fine a un concerto di straordinaria bellezza e difficilmente dimenticabile nel tempo.

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Report a cura di Alessandro Masetto

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