(26 luglio 2010) Deep Purple - Pescara 2010

Info

Provincia:PE
Costo:€35 + prevendita
Il 2010 lo ricorderò senz’altro come un anno particolarmente rockoso dal punto di vista dei concerti, non tanto per la quantità, quanto per la qualità. Dopo la doppietta Kiss-AC/DC dello scorso Maggio, stavolta è toccato a un’altra band storica, i Deep Purple. Fortunatamente il concerto si è tenuto moooolto più vicino a casa mia rispetto agli altri due, quindi non potevo fare altro che partire per quel di Pescara e rivedere di nuovo la band di Gillan in azione. E per fortuna, aggiungerei, visto che non penso che chissà per quanto tempo ancora continueranno a suonare, quindi meglio averli rivisti on stage ora che sembrano ancora cinque ragazzini… Già, è proprio questa la cosa che mi ha colpito più di tutte, e cioè il fatto di aver ritrovato una band ancora entusiasta di suonare, che non si risparmia (quasi due ore di concerto), e soprattutto che ancora si diverte, il che dopo una carriera di oltre quarant’anni non è certo cosa da poco.

A dire il vero una volta arrivati nei pressi dello stadio io e i miei due compagni di viaggio siamo stati assaliti da una strana sensazione… Tutto taceva, non c’era un’anima in giro, nessuno stand di magliette, niente di niente… Il dubbio di aver sbagliato luogo o giorno per un secondo si è impossessato di noi, salvo poi lasciare il posto all’idea che come sempre Murphy con le sue leggi aveva colpito ancora. Eravamo esattamente nel punto opposto all’entrata, quindi dopo aver circumnavigato lo stadio finalmente abbiamo trovato l’atmosfera giusta, anche se la gente presente davanti all’ingresso era ancora relativamente poca, quindi ora era il dubbio di trovarsi davanti ad un mezzo flop ad aver preso il posto dei precedenti. Dubbio che alla fine si è rivelato insensato, visto che tutta la curva nord dello Stadio Adriatico si è riempita in ogni dove, sia sul prato che sugli spalti, creando un colpo d’occhio veramente notevole…

Dopo lo scempio del concerto degli AC/DC (mi riferisco ovviamente alla presenza delle Vibrazioni), pensavo che non si potesse fare di peggio. Invece ho notato che qui in Italia non c’è limite all’indecenza umana. Questa volta a rovinare la festa c’hanno pensato i The Sun, giovane gruppo indie rock (!!!) di Vicenza (credo), che per una mezz’oretta abbondante ha cercato di accattivarsi i favori dei presenti. Devo dire che rispetto ai loro compagni più famosi, non c’è stato un fischio incessante dall’inizio alla fine come ad Udine, però neanche clamore o un’accoglienza calorosa. La gente è stata lì ad ascoltare i loro brani popeggianti, senza farsi coinvolgere più di tanto. Fortunatamente, come già detto, si è trattato di dover aspettare solo mezz’ora, però durante questi 30 minuti ancora una volta il dubbio mi ha attanagliato la testa: possibile che in Italia la meritocrazia neanche in questi ambiti è possibile? Ci sono decine di gruppi validissimi e sicuramente più affini alle band per cui avrebbero potuto aprire, qualcuno mi spiega cosa ci facevano i The Sun sullo stesso palco dei Deep Purple e le Vibrazioni su quello degli AC/DC? Mah, misteri della fede (e certezze delle trame di potere…).

Sulle ultime note dell’ultimo brano della band vicentina, decido che è arrivata l’ora di scendere sul prato (prima ero beatamente seduto sugli spalti ad aspettare la fine del loro show) e prendere posto nel parterre… Puntuali come un orologio svizzero, anzi, addirittura in anticipo di dieci minuti, alle 21.20 si spengono le luci. È “Montagues and Capulets” di Sergei Prokofiev ad introdurre lo show, interrotto da un boato quando nella penombra del palco si intravedono le sagome dei nostri… È Ian Paice il primo a prendere il suo posto, seguito nell’ordine da Airey, Glover e Morse. Ed è proprio il piccolo e panciuto Ian a dare il via allo show con l’inconfondibile accompagnamento che apre “Highway star”, seguito a ruota dai suoi compagni. Inutile dire che contemporaneamente alle primissime note c’è stato un boato nello stadio! Così come è superfluo sottolineare che quando Gillan finalmente fa il proprio ingresso on stage, in concomitanza con l’arrivo della prima strofa, la sua voce viene letteralmente sommersa dal coro dei presenti. Bellissimo!!! Nonostante il pezzo abbia 38 anni e nonostante la band lo utilizzi da altrettanti anni per aprire (quasi sempre) i propri concerti, la sua bellezza resta immutata, così come resta immutato l’effetto che ha sul pubblico.

La curiosità di tastare lo stato di salute del gruppo era davvero tanta per me, quindi vi dico subito che sono stato felicissimo di aver ritrovato un Paice particolarmente rinvigorito, e Glover e Morse come sempre incredibili. Il bassista in particolare è apparso ringiovanito, come se il tempo si fosse fermato per lui, e oltre che per una prova magistrale al basso mi ha colpito proprio per la sua vitalità. Che Morse sia un mostro dello strumento non devo certo dirvelo io, e stasera l’ha dimostrato ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, toccando l’apice durante il suo assolo, sulle note di “Contact lost”. Gillan mi ha lasciato un tantino perplesso, invece… non dal punto di vista vocale, anzi, l’ho trovato meglio di quanto mi aspettassi, anche se è innegabile che ormai sulle parti più acute ha notevoli difficoltà, ma mi sembra quanto meno normale. Quello che mi ha lasciato perplesso è stato il suo comportamento… tralasciando il look a metà strada tra il Dr. House e un punk ultra sessantenne, con tanto di capello brizzolato corto e con semi cresta e occhiali da sole neri, mi è sembrato a tratti assente, come se fosse ubriaco. Queste ovviamente sono solo mie supposizioni, sia chiaro, e comunque nulla che abbia potuto intaccare le sue innate capacità di frontman, visto che ancora oggi è in grado di tenere in mano una platea intera senza alcun problema. Chi mi ha un bel po’ deluso, invece, è stato Don Airey. Tastierista sopraffino, gli spetta l’ingrato compito di non far rimpiangere l’unico e solo signore dei tasti d’avorio, Jon Lord, anche ad otto anni dalla sua fuoriuscita dal gruppo. Beh, quando lo vidi per la prima volta all’opera coi Deep Purple dieci anni fa mi fece un’impressione nettamente migliore. Questa volta invece l’ho trovato un po’ sottotono, come se svolgesse soltanto il suo compito, senza particolare coinvolgimento, anche durante il suo assolo, senza contare una scelta di suoni poco felice, ad eccezione ovviamente dell’organo Hammond, inimitabile.

Tornando alla musica, come spesso accade nelle ultime tournee della band non sono mancati brani meno usuali, ed è stato un piacere poter ascoltare live canzoni come “Mary Long”, “When a blind man cries” o “No one came”… E se gli estratti dall’ultimo album in studio “Rapture of the deep” sono stati solo due, e cioè la title track e “Things I never said”, bonus track presente solo nell’edizione giapponese, è inutile dire che tutti gli altri sono stati esclusivamente dei mega classici, tra cui “Strange kind of woman”, “Space truckin’”, “Lazy”, la mitica “Fireball” o “Perfect strangers”, accolta con il secondo enorme boato da parte del pubblico. Qualcuno potrebbe obiettare che sono state tenute fuori canzoni storiche come “Knocking at your backdoor”, “Speed king”, “Pictures of home”, “Woman from Tokyo” e via dicendo, ma quando una band ha scritto decine di brani uno più bello dell’altro è anche più facile che accada che qualcuno di questi resti escluso dalla scaletta. Ovviamente tutti potevano correre questo rischio, tranne l’immancabile ed immarcescibile “Smoke on the water”. Morse giochicchia con la chitarra, e si sente nell’aria che sta per arrivare il riff più famoso della storia del rock, e infatti così è stato. Descrivervi a parole il boato che c’è stato in concomitanza con l’inizio del pezzo è praticamente impossibile. Penso che anche a qualche km di distanza si sia sentito!! Per quanto possa essere inflazionato, il pezzo fa sempre effetto, e chiude lo show nel delirio generale. Pochi minuti ci separano dal bis, con un’altra chicca ripescata: “Hush”, durante la quale c’è tempo anche per due piccoli assoli di Paice e Glover, in cui i nostri dimostrano il perché da oltre quarant’anni formano la sezione ritmica più spettacolare della storia della musica rock. E come se non bastasse, la band stordisce il pubblico con un altro anthem, “Black night”, e anche qui il riff quasi non si sente, sormontato com’è dalla voce della gente che lo intona insieme al gruppo.

Stavolta è veramente la fine purtroppo. La band saluta, si congeda fra applausi più che prolungati (e meritati), le luci si riaccendono e mettono il sigillo ad uno show splendido, messo su da cinque vecchietti che non hanno la benché minima intenzione di lasciare le scene, cinque vecchietti che hanno classe e modestia da vendere, e che possono ancora dare punti a mille giovani leve. Lunga vita ai Deep Purple…


Tracklist:
HIGHWAY STAR
THINGS I NEVER SAID
STRANGE KIND OF WOMAN
MAYBE I’M A LEO
RAPTURE OF THE DEEP
FIREBALL
CONTACT LOST + STEVE MORSE SOLO
WHEN A BLIND MAN CRIES
MARY LONG
LAZY
NO ONE CAME
DON AIREY SOLO
PERFECT STRANGERS
SPACE TRUCKIN’
SMOKE ON THE WATER

HUSH
BLACK NIGHT


Foto gentilmente concesse da Gianluca Scerni
Report a cura di Roberto Alfieri

Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 24 giu 2015 alle 20:28

(nn li ho visti )La linea classica di Blackmore, Gillan, Lord, Glover e Paice hanno riunito Deep Purple nel 1984 per un nuovo album, il platino smash Perfect Strangers. "The house of blue light"eseguito tre anni dopo, ma dopo che le tensioni passate si riaffiorarono, Gillan uscì di nuovo alla metà del 1989.

Inserito il 26 ago 2010 alle 20:46

Vero! Li ho visti a Gallarate con Pino Scotto di supporto. La voce di Gillian non è più la stessa ma si difende...Morse è un mostro! Spettacolare.

Inserito il 04 ago 2010 alle 14:43

Concordo in tutto! Io li visti in Sicilia. Ottimo spettacolo, prestazioni decisamente buone nonostante l'età ( e ce ne fossero...) ottima scaletta!